Quando la madre è sull’orlo del baratro

E' noto che l'evento della nascita è, in genere, previsto e atteso dalla gestante come la massima realizzazione della propria femminilità, ma, non raramente, già nel corso della gravidanza, si verificano sia profonde modificazioni somatiche che una serie di importanti mutamenti psichici.

Infatti, la raggiunta maternità è stata definita come una fase di "crisi" i cui cambiamenti possono compromettere l'identità della donna, generando in lei una profonda confusione che richiede una riorganizzazione degli spazi interni ed esterni, sì da creare nella mente uno spazio adatto a contenere l'idea di un bambino e di se stessa come madre. (Pazzagli A., et. al., 1981)

Nell'immaginario comune, l'arrivo di un bambino corrisponde sempre a un periodo idilliaco, nel quale la madre deve sapere istintivamente cosa fare e gli unici sentimenti ammessi sono di felicità e totale appagamento. Non si accetta ciò che, invece, rappresenta delusione, frustrazione e tristezza. Addirittura, è la madre stessa la prima a pensare di non aver diritto di provare questi sentimenti, se ne vergogna e anziché chiedere aiuto, tende a isolarsi e a soffrire in silenzio oppure a mostrarsi superperfetta e iperprotettiva con il bambino, evitando che qualsiasi familiare si prenda cura di lui. Quest'ultima tipologia di madri, sono quelle più ambigue, mostrano una "maschera" che a loro non appartiene, negando a se stesse e agli altri i sentimenti negativi e le difficoltà che un cambiamento così importante comporta (Giovanditti, 2010).

In genere, nella società odierna, si assiste, allo sbilanciato atteggiamento di prestare una maggior attenzione al momento della gravidanza, del parto e dell'allattamento e non altrettanto alle emozioni e ai turbamenti della madre. Eppure, è ben noto, che un certo numero di donne, nei giorni immediatamente successivi al parto, manifestano un disturbo del tono dell'umore, una combinazione di malinconia e ansia conosciuta come Maternity Blues o "lacrime da latte". In genere, si risolve entro poche settimane, ma se i sintomi persistono nel tempo il disturbo si evolve in una forma ancora più grave, quale la Depressione post-parto che può durare anche anni e talvolta con conseguenze anche drammatiche come l'infanticidio.

Ciò che sembra accomunare le donne che uccidono i propri figli è il contesto di solitudine in cui vivono ed il fatto che il loro malessere psichico non venga adeguatamente accolto e ascoltato. Tacere l'esistenza della sindrome alimenta il circolo vizioso di sensi di colpa e solitudine che molte madri provano dopo il parto e che, talvolta, le porta ad agire con un gesto estremo nei confronti del figlio. Di solito, quando vengono intervistati i familiari, gli amici e i conoscenti della "presunta assassina", i media riportano frasi del tipo "Non ci siamo mai accorti che stava male.", "Era tanto una brava mamma, tranquilla e sempre presente con il suo bambino", "Ogni tanto diceva di essere stanca, ma che vuole, è normale dopo aver partorito".

Eppure, è noto, che la madre non impazzisce improvvisamente, non ha un "raptus di follia", termine spesso usato sia per suscitare clamore mediatico sia per giustificarne l'inspiegabile gesto. E' quasi una certezza, invece, che i segnali premonitori, già esistono, ma sono stati ignorati, non percepiti tempestivamente oppure sottovalutati perché considerati di normale routine.

Non a caso, "nel 2005 il Comitato Nazionale di Bioetica aveva segnalato la necessità di una specifica assistenza verso la madre e il bambino che coinvolgesse la struttura pubblica e mirasse a una prevenzione efficace, raccomandando la sensibilizzazione della figura paterna e dei familiari sia durante la gravidanza che dopo il parto". Purtroppo, sono ancora scarsi i progressi realizzati verso questa direzione, perché le richieste di aiuto da parte delle madri non ricevono ancora un adeguato ASCOLTO!

Quindi, tutt'oggi, permane la tendenza a porgere attenzione al problema solo quando la maternità diventa un caso di cronaca, come alcuni fatti di infanticidio riportati da varie fonti di informazione riguardo a madri che sono risultate sofferenti di una depressione non riconosciuta. Si veda in proposito, a titolo esemplificativo, alcuni casi recenti raccolti dal quotidiano "La Nazione":

- Passo Corese (Roma), 10 maggio 2010. Madre getta figlia di 6 mesi dal secondo piano;

- Orbetello (Grosseto), 9 agosto 2011. Madre annega il figlio di appena 16 mesi fingendo un ipotetico incidente;

- Londra (Inghilterra), 10 maggio 2012. Madre uccide i suoi due figli, uno di 10 settimane e l'altro di 14 mesi, poi si suicida;

- Rovigo (Veneto), 30 gennaio 2013. Madre si suicida in garage. Soffriva da tempo di depressione dopo la nascita del secondo figlio;

- Padova (Veneto), 27 aprile 2013. Madre uccide il figlio di tre anni con un coltello. Da tempo aveva mostrato sintomi di depressione con la seconda gravidanza.

Mentre il mondo della ricerca scientifica sta mostrando una soddisfacente attenzione al problema, risulta ancora carente l'informazione a livello della opinione pubblica sulla sintomatologia che prepara "subdolamente" nelle madri condizioni di grave disagio, talvolta irreparabile come, appunto, l'infanticidio.

Per concludere, desidero richiamare l'attenzione di chi è madre da poco, chi lo diventerà, chi avrà figlie o nuore che lo diventeranno e di chi ogni giorno partecipa ai corsi di Massaggio Infantile:

"Tu mamma, non temere se qualche volta hai dei pensieri negativi perché sono più frequenti di quanto si pensi, l'importante è chiedere sempre aiuto ed esigere di essere ascoltate prima di arrivare a compiere gesti terribili verso il proprio bambino e se stessa".

E ricordati che spesso … "Non sei tu ad essere sbagliata ma gli altri a farti sentire tale!"

Catia Pugi

Bibliografia

Comitato Nazionale per la Bioetica, Aiuto alle donne in gravidanza e depressione post partum, Documento approvato nella seduta Plenaria del 16 dicembre 2005. Disponibile all'indirizzo: www.governo.it.

Giovanditti S. (2010). Depressione post-parto e infanticidio. Disponibile all'indirizzo: www.ansiasociale.it.

Pazzagli A., Benvenuti P. & Rossi Monti M. (1981). Maternità come crisi. Il Pensiero Scientifico, Roma.

Pugi C., (2011). Una richiesta di aiuto invisibile e silente. Depressione post partum e comunicazione attraverso il con-tatto, Unicomp, Firenze.

Righetti P.L., Casadei D. (2005). Sostegno psicologico in gravidanza, Edizioni Scientifiche Magi, Roma.

Scopesi A., Viterbori P. (2003). Psicologia della maternità, Carocci Editore, Roma.